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Carità romana
GIAN DOMENICO CERRINI





L’opera, acquistata nel 1985 dalla Cassa di Risparmio di Perugia, si trovava nel 1985 in collezione privata fiorentina; nello stesso anno Giuliano Briganti ne proponeva l’attribuzione a Gian Domenico Cerrini, attribuzione in seguito condivisa da Francesco Federico Mancini (1985), Alessandro Marabottini (1985) e Giovanna Sapori, (1988).
Gian Domenico Cerrini, perugino di nascita, dopo una prima formazione in patria accanto a Giovanni Antonio Scaramuccia (Pascoli, 1730), si trasferì a Roma (1638), dove, grazie al cardinale Bernardino Spada, suo protettore, entrò in contatto con prestigiosi committenti (Cannatà, 1999). Influenzato dalla pittura classicista, soprattutto da Guido Reni e dal Guercino, Cerrini creò una sua personale e riconoscibile cifra stilistica, messa in luce per la prima volta dal Voss (1924, ed. 1998)

“E’facilmente riconoscibile per i contorni ondulati, piuttosto morbidi, nei quali inserisce campi di colore chiaro e lattiginoso (molto caratteristico è il suo rosa). Malgrado qualche modesto tentativo chiaroscurale, l’effetto dei suoi dipinti è quello di un’assenza di aria e di spazio. Pose ed espressioni delle sue figure femminili e dei suoi giovani appaiono di una grazia e di una eleganza che, non raramente, sconfina nello sdolcinato e nel sentimentale.
A differenza del Sassoferrato gli è estraneo un intenzionale arcaismo; tuttavia il modo semplificato e al tempo stesso sentimentale con il quale egli trasforma lo stile dei bolognesi, rivela con chiarezza la sua parentela con Pietro Perugino”. Il maggior numero di opere dell’artista è conservato a Roma sia in chiese (Santa Maria in Traspontina, San Carlino alle Quattro Fontane, Chiesa Nuova, San Carlo ai Catinari, SS. Sudario dei Piemontesi, Sant’Isidoro) che in raccolte pubbliche (Galleria Colonna, Galleria Spada, Galleria Nazionale d’Arte Antica).
L’impresa più impegnativa è senza dubbio la decorazione ad affresco della cupola di Santa Maria della Vittoria (ante 1656), decorazione duramente criticata in ambiente romano (Mancini,1992) per aver Cerrini realizzato “una specie di antologia di se stesso, senza preoccuparsi di fare una cupola nuova, come avevan saputo Lanfranco a Sant’Andrea delle Fratte o il Cortona alla Vallicella” (Borea, 1978). Per dimenticare l’insuccesso, il Cerrini si trasferisce a Firenze (1656-1657) dove rimane fino al 1661, dipingendo prevalentemente per i Medici (Borea,1978; Chiarini, 1978). Rientrato a Roma, è attivo ancora per un ventennio, realizzando soprattutto opere di soggetto
storico, allegorico e mitologico (Mancini,1980).
La tela della Fondazione Cassa Risparmio Perugia è concordemente considerata un lavoro dell’ultimo periodo; per Briganti può essere posta attorno alla metà del settimo decennio, come prova il confronto con un gruppo di dipinti, “risalenti con tutta probabilità a quegli anni”, come “l’Allegoria della Pittura in collezione privata, l’Allegoria della Fortuna del Museo di Kassel, il Tempo aggredisce la Bellezza al Museo del Prado (Borea, 1978)”; numerosi sono, per Briganti, i punti di contatto fra queste opere e la Carità Romana “soprattutto per quanto riguarda la tipologia della figura femminile, i netti risalti chiaroscurali che definiscono plasticamente la forma
e i panneggi ridondanti ma in qualche modo bloccati e quasi marmorei che avvolgono le figure”. Lo studioso fa poi notare, che il tema della Carità Romana fu affrontato dal Cerrini in altri due casi: in un quadro, non identificato, citato nell’Inventario del Principe Mattia de’ Medici del 1659 (Borea, 1978) e in una tela, anch’essa non identificata, spedita da Roma a un principe di casa Medici nel 1666 (Borea, 1978).
Secondo il Briganti la Carità Romana di Perugia, sia perché proveniente da una collezione privata di Firenze sia perché silisticamente compatibile con una datazione vicina al 1666, può essere identificata con la tela spedita da Roma a un principe di casa Medici. Anche Marabottini e Mancini tendono a considerare l’opera un prodotto della fase avanzata. Marabottini richiama il David della Galleria Spada e la tela con San Sebastiano curato dalle Pie Donne della Galleria Colonna; Mancini ricorda che due opere di identico soggetto erano a Perugia nel 1784 (Orsini, 1784): una nella collezione di Francesco Maria Degli Azzi e una nella collezione di Reginaldo Ansidei;
propone di riconoscere la Carità Romana della Fondazione Cassa Risparmio Perugia nella tela della collezione Degli Azzi (“una Carità imitante il gusto guercinesco”, Orsini,1784).
Esposto nel 1986 alla Mostra di Acquasparta, il dipinto è stato presentato da Giovanna Sapori come opera matura del Cerrini sulla base del “confronto con opere piuttosto tarde, pur tenendo conto della ancora incerta sequenza delle opere del pittore, come il Giuseppe che spiega i sogni della Galleria Spark di New York, il San Gerolamo della Certosa di Firenze e la Venere con Anchise del Bode Museum di Berlino” (Sapori, 1986).
In un successivo intervento la studiosa, ribadendo una datazione avanzata, ha reso nota la provenienza della tela da Palazzo Pongelli di Todi (Sapori, 1988).


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