Torna al catalogo


News
Madonna col Bambino e due cherubini
IL PERUGINO





La storia documentata dell’opera, acquistata dalla Cassa di Risparmio di Perugia nel 1987, non data anteriormente al 1847, anno in cui la piccola tavola entra a far parte della collezione londinese di Sir Holford. A quella data i due cherubini, ai lati del gruppo centrale, non erano visibili in quanto coperti da una vernice scura. L’opera era ancora in questo stato nel 1854, nel 1893-94 - quando fu esposta, con l’attribuzione al Perugino, alla Mostra d’Antica Arte Italiana della New Gallery di Londra - e nel 1910, allorchè, nuovamente presentata come autografo del Vannucci, venne esposta alla Mostra di Pittura Umbra al Burlington Fine Art Club.
A documentare lo stato dell’opera agli inizi del Novecento resta una foto pubblicata da Bombe nella monografia dedicata al Perugino (1914). Nel ‘catalogo Burlington’ si fece strada l’ipotesi, poco dopo riproposta da Bombe (1914), che la tavola componesse un trittico assieme alle due tavole, raffiguranti San Sebastiano e San Gerolamo, allora conservate nella Wantage Collection (le misure di questi pannelli erano di cm 44,5 x 17,8).
I due supposti laterali, passati successivamente nella Collezione Hasson di Shenfield (Berkshire), comparvero in asta da Christie’s nel 1964. Difficile è esprimersi sull’ipotesi di un trittico, anche se l’ambientazione paesistica che caratterizza i laterali, peraltro “rovinatissimi e completamente ridipinti”, sembra mal compatibile con la tavola già Holford. I cherubini tornarono alla luce grazie ad un intervento di restauro che dovette aver luogo poco prima del 1927, anno di redazione del catalogo illustrato della collezione Holford. In quell’anno la collezione fu battuta all’asta e smembrata. Il dipinto approdò successivamente alla Collezione C. Robiolio di Biella, dove rimase fino al 1987, anno in cui fu battuto all’asta (Finarte) e acquistato dalla Cassa di Risparmio di Perugia. Molto difficile è stabilire se la tavola possa riconoscersi in una delle Madonne con Bambino che gli eruditi sette-ottocenteschi videro in chiese e residenze private perugine.


Orsini descrive (1784) una “rara tavoluccia di Pietro Perugino con la Madonna e ‘l Bambino, e due cherubini, che forniscono il composto” in Casa Aureli a Perugia; Passavant dice di aver visto (1939) una Madonna con il Bambino, ma senza cherubini, in Palazzo Borghesi.
Impossibile identificarla, nonostante la coincidenza di misure, con la tavola raffigurante la Madonna con il Bambino, attribuita a Raffaello, ricordata da Von Rumohr (1831) e Passavant (1839) nella collezione della contessa Anna Alfani; si tratta infatti della stessa opera vista da Cavalcaselle in Casa Fabrizi a Terni nel 1882, oltre trenta anni dopo l’acquisto di sir Holford. (Cavalcaselle, 1882).
Una sicura storia critica della Madonna Holford è ricostruibile solo dal 1854, anno in cui il Waaghen, parlando della tavola, la descrive nei seguenti termini: “una Vergine con il Bambino in grembo, attribuita al Perugino, è appena una piacevole pittura della sua scuola…Il disegno, specialmente delle palpebre superiori della Vergine è troppo incerto e i toni dell’incarnato sono troppo pesanti”.
Come opera “by Perugino” figura invece nel Catalogo della Mostra alla New Gallery di Londra. L’attribuzione al Vannucci viene accolta dallo Knapp nel 1907, e successivamente, con qualche piccolo distinguo, da tutta la critica.Il gruppo centrale riproduce lo schema adottato dal Vannucci nella Pala dei Decemviri, nel polittico di Fano, nella pala di Senigallia e nel Gonfalone della Giustizia; in particolare, come osserva Scarpellini (1984), “il motivo del Bimbo nudo, in piedi sul ginocchio sinistro della madre, ripete nel suo andamento molleggiato, un motivo che Pietro aveva elaborato fin da giovanissimo, nella Madonna Gambier Parry, ma che egli andrà ripetendo d’ora in poi [lo
studioso si riferisce al periodo 1494-98] con molta frequenza non solo nelle pale d’altare ma anche in dipinti minori”.
In accordo con le posizioni espresse dalla critica più recente, appare congrua una datazione del dipinto in un momento avanzato nell’ultimo decennio del secolo. Plausibile è l’ipotesi, più volte proposta negli anni, di vedere la tavola come elemento centrale di un piccolo trittico.
A lasciarlo credere sono non tanto le due asole e i fori di vite presenti su entrambi i lati lunghi, che appaiono operati in tempi abbastanza recenti, quanto l’ iconografia della tavola, con la Vergine ed il Bimbo i cui sguardi divergono, rivolti l’uno verso sinistra l’altro verso destra; l’espediente, infatti, non compare in una tavola delle medesime dimensioni nella Collezione Carrara di Bergamo, ricavata probabilmente dallo stesso cartone di bottega ma con il volto del Bimbo rivolto alla Madre.
Il dipinto doveva montare una cornice; lo rivela l’esame diagnostico, che evidenzia, sotto una compatta ridipintura color bitume, una fascia lungo il perimetro di circa un centimetro. I laterali, nel caso fosse giusta l’ipotesi del trittico, potrebbero essere stati ancorati con coppiglie direttamente alla cornice. In ogni caso la tavola ha subito decurtazioni almeno su tre lati, il destro e il sinistro, con gallerie di tarli aperte, e l’ inferiore. L’esame ai raggi ultravioletti e la riflettografia a infrarossi hanno confermato il generale buono stato di conservazione della superficie pittorica che, al di là di una spessa vernice antiquariale, presenta limitate ridipinture evidenziate essenzialmente in corrispondenza delle aureole e dell’abito rosso della Vergine. La riflettografia ha mostrato anche un raffinato disegno in punta di pennello, senza tracce di pentimenti. Alcuni segni di incisione diretta sono visibili a delineare le principali pieghe del manto della Madonna.


Torna indietro