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La Sala delle Colonne | Le stragi del XX giugno 1859 1891-1895

Commento di Fedora Boco Il 20 giugno 1859 segnava l'inizio degli ultimi definitivi scontri prima della liberazione. I fatti sono noti. All'alba di quel giorno le truppe pontificie dei mercenari svizzeri al comando del generale Anton Schmid inviate dalla Capitale per reprimere gli insorti del Governo Provvisorio, dopo aver sbaragliato i patrioti perugini appostatisi in difesa lungo le mura dei giardini del Frontone, risalivano l'attuale corso Cavour in direzione del centro cittadino, massacrando non solo gli armati, ma anche gran parte delle famiglie che si erano rifugiate dentro le case. Fra coloro che avevano imbracciato le armi c'erano non solo molti giovani, ma anche il nonno di Annibale, i parenti e gli amici di sempre. La memoria era dura a morire. E benché il pittore si trovasse a riaffrontare quel tema a distanza di più di trent'anni, riusciva tuttavia a renderne il dramma con pienezza d'intenti e di risultati tali da fare di questo dipinto, accanto alla grande tempera del Piervittori, nella sala del Consiglio Comunale di Foligno, raffigurante La morte di Colomba Antonietti sulle mura di S. Pancrazio (1887), certamente l'unico e più significativo documento della pittura risorgimentale regionale. Rifuggendo da un facile e aneddotico cronachismo, come dalla genericità d'immagine delle «battaglie senza eroe» precedentemente realizzate per il Collegio Militare di Roma, per ottenere ciò il pittore ricorreva a quell'espediente compositivo, quasi da montaggio filmico ante litteram, lanciato con straordinario successo dal Cammarano con La Carica dei bersaglieri a Porta Pia, 1871 e che consisteva nel far convergere - con grande effetto di suggestione ottica -, l'azione presente nello spazio fittizio della tela, verso lo spettatore. Così, nel raffigurare il momento in cui l'orda degli Svizzeri, già all'altezza della chiesa dì San Domenico "macinano" uomini e terreno in direzione del centro cittadino, inquadra la scena dal punto di vista dei perugini in fuga e concentra la ferocia omicida dell'esercito mercenario nell'unica e isolata figura del soldato in primo piano che, circondato dai cadaveri e malgrado il richiamo dei compagni che lo dissuadono dall'inutile spreco di munizioni, è ancora intento a ..."prenderci" di mira. Tant'è che, a quasi trent'anni di distanza, Iraci ancora poteva scrivere come «quella tela assicuri ai posteri la rinomanza del suo nome». Del particolare impegno con cui il pittore si applicava all'esecuzione di questo "eroe negativo" sono documento diversi studi a matita (Roma, Galleria Comunale d' Arte Moderna e Contemporanea, n. AM 2131), come il bel bozzetto ad olio con la testa del soldato (Museo dell' Accademia di Belle Arti, Perugia) eseguito con la stesura a corpo di rapide e sintetiche pennellate intrise di colore. (Tratto da: Fedora Boco in I dipinti di Palazzo Graziani, Effe Fabrizio Fabbri Editore S.r.l. , 1999)
Commento di raniero Gigliarelli (In questo dipinto che rappresenta alcuni scontri per la liberazione) gli svizzeri hanno oltrepassato le due porte: sono sul piazzale di San Domenico; e, quantunque sia finita ogni resistenza, seguitano, ebbri di sangue e di vino, a far fuoco sugli inermi, sulle bestie, contro gli usci, le finestre, i muri. Stupenda, nella truce verità dell'atteggiamento, è la figura dell'avvinazzato mercenario, che tira alle ombre, avendo innanzi a sé il deserto; e invano i compagni, men di lui ubriachi, lo dissuadono dall'inutile spreco delle munizioni. (Tratto da: Raniero Gigliarelli in Perugia antica e Perugia moderna, Stavolta Editore, 1908)
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