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Palazzo Graziani


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I dipinti del Brugnoli


Gli affreschi


La collezione privata della Fondazione


La Sala delle Colonne
Il sacrificio alla Dea Cupra
1888-1990





Commento di Fedora Boco
(Il Brugnoli) per celebrare l'antica e nobile origine etrusca della città, rievocava, sullo sfondo di un cielo aurorale, i riti, del Sacrificio alla dea Cupra, orchestrandone "operisticamente" le parti fra i due gruppi distinti dei guerrieri in atto di giurare la propria fedeltà e delle vestali danzanti intorno al podio su cui statuaria si erge, fra i vapori dei bracieri ardenti, la sacerdotessa celebrante il rito: vere e proprie quinte sceniche formanti un profondo corridoio aperto sulla folla e la mole retrostante dell'Arco d'Augusto. Superfluo soffermarsi a sottolineare ancora per questa scena la più volte confermata propensione del pittore verso il luminoso colorismo dei frescanti del sei-settecento italiano, come verso il gusto eroico ed estetizzante dei peintres-pompier.
Viene invece spontaneo il confronto, nel segno del mutato clima politico e culturale, con quel poco conosciuto Incendio di Ottaviano in Palazzo Florenzi con cui trent'anni prima, nel rievocare la drammatica resa di Perugia all'assedio di Ottaviano Augusto, il perugino Nicola Benvenuti aveva dato cripticamente voce all'avversione antipapalina dei sui illustri committenti. Il taglio della composizione è lo stesso, ma ai bagliori delle fiamme devastanti la città del dipinto, ora qui si sostituisce l'immagine aurea di una civiltà dove al maschio vigore dei guerrieri si sposano le morbide grazie discinte della gioventù femminile, alla rigidità statuaria dell'oppressore la leggerezza aerea e odorosa di incensi delle belle creature, alle quali - strizzando un occhio tanto ai committenti quanto a certo voyeurismo da boudoir tipico del fin de siècle -, il pittore offre il ruolo di primedonne in scena. Il riferimento a un contesto prettamente teatrale, è quanto mai dovuto. Non v'è dubbio, infatti, come a prima vista il Sacrificio di Brugnoli sembri conservare memoria, sia per il taglio compositivo che per alcuni particolari, quali le suonatrici d'arpa inginocchiate sul podio, della tela con La Vergine al Nilo dell'amico Faruffini. Ma, come in gioventù, anche qui Brugnoli conferma la sostanziale incomprensione dello spirito del pavese, trasfigurando quel senso d'aria greve e di violenta ritualità tribale che anima il quadro di Faruffini e che agli animi europei più sottili richiama l'imagerie romanzesca dell'Oriente, in un'aura favolistica e trionfale.
La stessa della scenografia teatrale di opere quali l'Aida o la Semiramide, dove l'atmosfera "Oriente" sortiva, come in questo caso, da divertiti e confusi pastiches d'elementi arabo-turchi-egiziani, antichi e moderni. E che la rappresentazione di quest'episodio fosse sicuramente la più congeniale alla fantasia del Brugnoli, sia per il soggetto che per la consuetudine del pittore con l'ambiente teatrale, lo dimostra anche la maggior debolezza inventiva che "penalizza" i restanti tre soggetti a tema prevalentemente militare dove più forti, e non sempre felicemente amalgamati, risultano i riferimenti a modelli fra i più diversi della pittura antica e moderna.
(Tratto da: Fedora Boco in I dipinti di Palazzo Graziani, Effe Fabrizio Fabbri Editore S.r.l. , 1999)

Commento di Raniero Gigliarelli
A sinistra, entrando, domina le altre figure, nel primo quadro della volta, una sacerdotessa sacrificante alla dea Cupra: innanzi a lei, a poca distanza dal sacro fuoco, guerrieri chiamati alla difesa della patria, giurano di vincere o di morire. Figure eminenti, l'una nella maestosa gravità del rito, le altre nella marziale espressione fisionomica, nel colorito delle carni, nella formosa gagliardia delle membra. Al suono delle arpe e dei flauti, fanciulle nude o vagamente velate, di greca leggiadria, intrecciano fantastiche danze dietro l'ara del sacrifizio, in grazioso contrasto con la fierezza del gruppo opposto. In lontananza il popolo trae dalla gran porta urbica e ovunque l'onda solare s'irraggia a glorificare il solenne momento e a render più fulgida quella scena, così ricca per immagini, così gaia per colore, così varia, e così piena di poesia, di forza, di luce, di movimento. Questa è l'epoca etrusca.
Tratto da: Raniero Gigliarelli in Perugia antica e Perugia moderna, Stavolta Editore, 1908)


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